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Linee guida: ribellarsi, adeguarsi e contribuire |
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Il problema della scarsa applicazione delle linee guida nella sanità, in Italia, è trasversale tra le molteplici specialità e discipline: da uno studio effettuato dalla Agenzia dei Servizi Sanitari della Regione Toscana, il tasso di applicabilità delle linee guida americane varia dal 5 al 12 %. Sicuramente, questo tasso può aumentare se ci rivolgiamo a linee guida di natura europea, ma non supera, come riporta l’epidemiologa Greenhalgh nel British Medical Journal, il 50%.
Di fatto, benché in alcuni paesi l’adesione alle linee guida sia una condizione rilevante per disporre del rimborso delle prestazioni – mentre in Italia, l’adesione alle linee guida ha una funzione principalmente legata alla medicina legale- emerge grande e diffusa la prassi della non rispondenza alle linee guida da parte dei clinici.
I motivi di questa non rispondenza possono essere legati ad oggettivi vincoli del contesto, ossia una strutturazione dell’organizzazione e delle competenze molto distante da quella riportata nelle linee guida, ma anche a delle resistenze soggettive da parte dei clinici, soprattutto quelli di età anagrafica senio, educati in un contesto che si muoveva prima della Medicina basata sulle Evidenze e che poggiava, oltre che sull’occhio clinico, anche sull’autoreferenzialità. Queste resistenze culturali possono quindi portare ad una ribellione silenziosa, in cui le linee guida vengono accolte nei centri perché è saggio essere informati, ma non necessariamente utilizzate nel lavoro clinico. Un ultimo punto che rende ostica l’applicazione delle linee guida è che questi documenti sono stati decisi da altri clinici, gli opinion leade, e non da coloro che le utilizzano nelle molteplici realtà sanitarie, ospedaliere e distrettuali.
Sono quindi necessarie delle attività di creazione di una cultura dinamica per redigere linee guida "applicabili" che saranno quindi di possibile "applicazione" nei diversi centri sanitari. |
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