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Maria Giulia Marini, responsabile dell'Area Sanità della Fondazione ISTUD, ci parla del Convegno di Roma e traccia il punto sull'attività della Fondazione ISTUD, concentrando la propria attenzione sull'importante tema della responsabilità in sanità.
“Costellazione paziente, famiglia e professionista sanitario: spazi, regole e modi di convivenza assistenziale”, quali i temi che verranno affrontati il 14 dicembre?
Durante la giornata proveremo innanzitutto a fare il punto sullo stato dell’arte della Sanità in Italia oggi. Gli argomenti di attualità che riguardano il mondo della Sanità sono numerosi e sempre più significativo sarà il loro impatto nel dibattito politico, economico, sociale e giuridico del nostro Paese. Un tema di particolare interesse che verrà sviluppato sarà quello della Governance in ambito sanitario. L’obiettivo che ci poniamo con questo incontro è di raccogliere e sentire le voci di tutti i protagonisti del mondo della Sanità, dai medici ai pazienti, per provare a giungere a una visione di sistema sulla rete di cura.
Con riferimento al Progetto di Ricerca che verrà presentato, quali sono i principali spunti emersi?
Il Progetto di Ricerca è stato svolto all’interno del Dipartimento di Oncoematologia del Policlinico Umberto I, con la collaborazione del Dipartimento di Biotecnologie Cellulari ed Ematologia dell’Università La Sapienza. Sono state condotte oltre 100 interviste ai pazienti del reparto, ai caregiver che prestavano cura ai malati, ai professionisti sanitari: medici, infermieri, professionisti socio-sanitari e ausiliari. Gli spunti significativi emersi sono molti, a partire dalle indicazioni date da pazienti e familiari sulla stanza di cura ideale per il periodo di permanenza nella struttura ospedaliera. Indicazioni che verranno utilizzate, importante da sottolineare, per la riprogettazione del nuovo reparto di ematologia dell’Umberto I. Ad emergere è l’importanza della corresponsabilità nel percorso di cura da parte del paziente e del familiare con il personale medico-sanitario. Sicuramente c’è ancora molta strada da percorrere in Italia in questo ambito.
Ampliando l’argomento, nasce una domanda: “A che punto è la “managerializzazione” della sanità?”
Accanto alle competenze classiche di cultura gestionale che si stanno affermando oggi, generalmente convergenti nel porre la figura del paziente al centro, almeno nelle dichiarazioni di intenti, la riflessione che ci stiamo ponendo noi professionisti e ricercatori dell’Area, poggia sulla definizione di responsabilità sociale e professionale in sanità, temi ancora in divenire.
Cosa significa responsabilità?
Respons-abilità significa abilità nel dare una risposta: ir-respons-abilità è la inabilità di fornire soluzione.
Ci può essere una responsabilità sociale per la sanità?
La responsabilità sociale degli operatori sanitari non è solo legata al valore intrinseco delle cure e dell’assistenza ai malati, ma si ricollega dal punto di vista economico, alla capacità di investire in modo appropriato, senza sprechi e diseconomie, il denaro che gravita attorno al settore sanitario (circa il 60% del bilancio Regionale). Il cittadino attraverso l’obbligatorietà del sistema fiscale e attraverso la libera scelta della filantropia, dà fiducia al management e agli operatori sanitari (attraverso il sistema elettorale), così come l’azionista dà fiducia ad un’impresa investendo i propri risparmi.
Sono confrontabili le organizzazioni imprenditoriali e le organizzazioni sanitarie?
In una filosofia di governance (crasi di government – approccio top down e alliance – bottom up) i responsabili del settore sanitario sono tenuti a rendicontare la produttività e la qualità della loro produzione ai propri investitori e non solo alle Direzioni Generali e Sanitarie o alle Regioni, ma ai principali stakeholder che sono i cittadini come fonte da cui derivano i finanziamenti. Lo stesso accade nella Corporate Governance dell’imprenditoria in cui le relazioni includono tutte le parti coinvolte, dai proprietari ai dipendenti, alla società. Il cittadino ha quindi il diritto e il dovere di contribuire nella progettazione delle proprie cure insieme ai professionisti sanitari in quanto è soggetto che contribuisce al Tesoro dello Stato, delle 22 Regioni e delle migliaia di ONLUS impegnate nel settore.
Abbiamo dato voce in capitolo ai cittadini attraverso la responsabilità sociale; quali altre responsabilità ci sono nelle organizzazioni sanitarie?
La responsabilità professionale che riguarda gli aspetti legati alla capacità di dare risposta, da parte dei professionisti che operano nella sanità. Qui in gioco ci sono i temi di competenza o in-competenza, disciplina o in-disciplina, abilità o in-abilità.
Quali degli esempi di irresponsabilità professionale?
L’assenza di conoscenza del corretto dosaggio di un farmaco (ipo o iper dosaggio), le violazioni delle procedure (amministrative, cliniche, organizzative), l'inabilità per scarsa manualità nell’effettuazione di una procedura chirurgica.
L’irresponsabilità professionale è del singolo o dell’organizzazione?
L’irresponsabilità professionale può essere classificata su tre livelli, strettamente interconnessi: quello del singolo individuo che confonde la fiala giusta somministrando il farmaco sbagliato a causa di due confezioni simili, quello dell’équipe che per ignoranza continua sistematicamente a sovradosare un farmaco e quello di un sistema direzionale che non consente le migliori modalità organizzative sui carichi di lavoro, generando burn out e ponendo i professionisti a maggior rischio di errare individualmente e in équipe.
Si può diventare responsabili?
In un sistema così complesso come quello sanitario dove le relazioni lineari causa-effetto non sono sufficienti a spiegare perché un paziente risponda bene ad una terapia e un altro paziente molto simile invece, sia un fallimento terapeutico è estremamente difficile standardizzare, prevedere l’abilità nel fornire soluzioni di cura. Non rimane che la continua ricerca, la tensione verso l’eccellenza, una illuminata ed instancabile guida per motivare i professionisti verso una crescita di matura responsabilità.
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