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Report dell'incontro "Investire all'Est"
Milano, Centro Svizzero - 21 ottobre 2009


A cura di:
Tommaso Limonta (Ricercatore Fondazione ISTUD)
e-mail: tlimonta@istud.it

Dopo anni di grande euforia, l'appeal dell'Europa Orientale sugli investitori italiani sembra essersi appannato, complice una crisi che ha duramente colpito il sistema creditizio di quest'area limitando le opportunità di investimento, soprattutto per quanto riguarda il settore delle piccole e medie imprese. In quest'area, dove la nostra presenza è ancora fortemente legata all'export, lo strumento del venture capital si è rivelato un importante volano di crescita per il settore degli investimenti italiani in nuove imprese e in società a capitale misto che ha favorito la diffusione di know-how e di tecnologie innovative (assets imprescindibili per sistemi produttivi che sono afflitti da una cronica obsolescenza). L'intenzione di andare a stimolare l'internazionalizzazione degli investimenti ha spinto SIMEST (la Società Italiana per le per le Imprese all'Estero) ad istituire un fondo di venture capital che mira a far crescere un tessuto di piccole e medie imprese che in Paesi come la Russia ancora non esiste, riducendo in tal modo la dipendenza dalle commodity (particolarmente petrolio e gas).
L'accesso a fondi e a coperture assicurative contro il cosiddetto "rischio politico" è un presupposto fondamentale per chi voglia investire in Paesi come la Russia dove le incognite legate all'ingerenza dello Stato nella vita economica sono sempre numerose (l'incremento sostanziale dei dazi sull'import cui abbiamo assistito nell'ultimo anno lo dimostra chiaramente). Ancora oggi la maggiore difficoltà per chi vada ad investire in questi luoghi è quella di calarsi nella mentalità imprenditoriale e nel sistema giuridico di Paesi cui manca una cultura del middle management e dove spesso non esistono standard nè in materia di accounting nè in materia di rapporto fornitori/clienti. Queste particolari condizioni politico/giuridiche pongono difficoltà spesso insormontabili per un piccolo imprenditore e fanno sì che solo gruppi molto solidi e con uno spiccato profilo internazionale possano andare ad investire con successo sul mercato russo, dove una PMI farebbe molta fatica a sopravvivere in quanto priva di adeguate reti di supporto. Condizioni molto migliori offrono invece Paesi come la Croazia o la Serbia dove accordi di libero scambio e una politica fiscale incentivante contribuiscono a creare un habitat dove anche le PMI possono prosperare.

In quali settori investire?

Le aree più promettenti per i capital venturist italiani in Russia sembrano essere il turismo e la moda. Il governo sta finanziando la costruzione di alcuni grandi distretti turistici nelle aree di Kaliningrad, Rostok e Vladivostok che dovrebbero attrarre finanziamenti significativi nei settori dell'edilizia e della nautica, mentre la moda offre interessanti opportunità di co-branding, particolarmente nella forma di joint-venture fra grandi designer russi e imprenditori italiani che uniscono le forze per aumentare il loro grado di penetrazione su questi mercati.
Molto meno incoraggianti sono le prospettive per il nostro export che risente negativamente di una politica protezionistica sempre più rigida (alcuni dazi sono cresciuti anche del 25-50%). I settori più colpiti sono quelli dell'automotive, del real estate e dell'oreficeria che hanno pagato un tributo non indifferente alla svalutazione del rublo che ha in parte ridotto il potere di acquisto dei consumatori locali.

Le conseguenze della crisi

La regione dell'Europa Orientale e della CSI è quella che più duramente ha subito le conseguenze della crisi. Secondo le stime del FMI (2009), la flessione del PIL in quest'area dovrebbe oscillare fra il 5 e il 6% con picchi del 14% in Ucraina, dove pesa l'instabilità politica e il perdurante contenzioso con la Russia sul transito del gas. Un debito pubblico fuori controllo è un pesante fardello per Paesi come Romania, Bielorussia e Polonia, mentre Lettonia e Russia sono reduci da una svalutazione delle rispettive valute che ha ridotto il potere di acquisto dei consumatori locali, con le difficoltà crescenti di un sistema bancario che, soprattutto in Russia, offre poche garanzie contro il rischio default (circa 130 banche sono sparite dal mercato in quest'ultimo anno). L'accesso al credito si è ulteriormente ridotto per effetto della crisi, soprattutto in Russia dove davvero "liquidi" sono soltanto i grandi gruppi bancari internazionali, come Intesa-Sanpaolo e Unicredit, e le banche nazionali come Gazprom che possono contare sugli aiuti di Stato.
Nel breve periodo, due sembrano essere i Paesi più promettenti per gli investitori: la Polonia e la Turchia che dovrebbero chiudere l'anno in corso con un leggero incremento del PIL. Anche singoli settori come l'agroalimentare in Ucraina o i trasporti/servizi in Romania e Bulgaria dovrebbero continuare ad offrire buone opportunità per l'export italiano.
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